I tristi tropici dei nomadi digitali

2 MAR 20
Ultimo aggiornamento: 00:06 | 3 MAR 20
Immagine di I tristi tropici dei nomadi digitali
Ero all’ospedale di Phuket per un controllo di routine. Il medico ha guardato le analisi, poi scuro in volto mi ha detto: la cosa è seria, lei ha un tumore al fegato, le consigliamo di andare a casa. Ecco in quel momento, in cui avrei voluto avere con me la mia famiglia e gli amici, ho capito molto bene qual è il grande limite di questa vita che facciamo”. Sara, 42 anni, romana ma londinese d’adozione da due lustri, è una digital nomad. Fa la traduttrice, “principalmente di videogiochi”, e non ha mai avuto bisogno di andare in ufficio, perché per lavorare le basta un computer portatile e una connessione a internet. Così un giorno di cinque anni fa, stufa del grigiore della capitale britannica, ha scelto di affittare la sua casa a Londra (“non sono ricca, ma ho avuto fortuna, l’ho comprata dopo la crisi del 2008”) e di iniziare a girare il mondo. Dopo l’infausta diagnosi è tornata a Roma, dove vive la sua famiglia, convinta di doversi sottoporre a un’operazione e a un percorso di chemioterapia. Ma non è andata così. “I dottori thailandesi non avevano sbagliato. C’era qualcosa di strano nel mio fegato che poteva sembrare un tumore, ma era qualcos’altro. Nessun dottore mi ha saputo dare una spiegazione, forse è l’evoluzione di una parassitosi. Alla fine ho fatto un po’ di convalescenza e non appena sono stata meglio ho ripreso a viaggiare”.
Sara l’ho conosciuta a Ko Lanta, isola thailandese del mare delle Andamane, una lingua di terra lunga e stretta a sud della provincia di Krabi. Siamo entrambi membri del KoHub, un “coworking tropicale” che ospita nomadi digitali che viaggiano senza soluzione di continuità, e freelancer “location independent” come il sottoscritto, che invece qui arrivano solo per uno o due mesi, in fuga dal grigiore invernale nordeuropeo. Sono sviluppatori, copywriter, grafici, animatori, imprenditori che gestiscono attività online e, ça va sans dire, giornalisti o editor digitali. Al KoHub ci sono pure un insegnante di yoga che fa lezione in streaming e un avvocato che gestisce il suo studio legale via Skype.
Quello dei nomadi digitali è un movimento nato alla fine degli anni ’90 con la diffusione della banda larga e poi esploso grazie all’opera di evangelizzazione di pionieri dello smart working (quello vero, non quello forzato dal Coronavirus) come il guru dell’imprenditoria-di-se-stessi Tim Ferriss. I nomadi digitali sono in genere millennial che hanno fatto della flessibilità lavorativa una vocazione anziché un cruccio. Lavoratori autonomi che non inseguono la chimera del contratto a tempo indeterminato ma anzi aborrono le conseguenze della regolarità salariale e contributiva, in primis l’obbligo di recarsi in un ufficio tutti i giorni per otto o più ore. Ci sono anche dipendenti che lavorano da remoto, ma sono l’eccezione. E non è uno stile di vita solo per ricchi: al contrario, in molti lo scelgono perché è una valida alternativa alle grandi città occidentali, dove vivere costa sempre di più. La Thailandia è una delle mete preferite dei nomadi digitali anche per questo, oltre che per il clima: i prezzi sono contenuti, il cibo è ottimo, e la qualità della vita e dei servizi è mediamente alta.
Chiang Mai, nel nord del paese, è una delle città dove il movimento si è radicato più rapidamente, con la nascita di coworking, di community space e di altri servizi pensati attorno a una nutrita comunità di digital nomad che arrivati qui hanno poi smesso di digitalnomadare, ammaliati dallo stile di vita che si possono permettere in questa mini metropoli rurale, cosmopolita suo malgrado. Ci arrivo a fine gennaio, via Bangkok, ma non riesco a trovare quel che cercavo. Forse visito i coworking sbagliati, forse non vado ai meetup che contano, o forse sono testimone involontario del crepuscolo della mecca del nomadismo digitale. E’ una tendenza che mi era stata preconizzata a Berlino la sera prima della mia partenza, in un bar dove ero passato a salutare gli amici che non avrei poi rivisto per un mese e mezzo. “Chiang Mai è bellissima, ci ho vissuto per sei mesi”, mi aveva detto Dinara, un’illustratrice siberiana che ha girato il mondo da nomade digitale per qualche anno e ora si muove tra la Russia e la capitale tedesca. “Me ne sono andata perché per una ragazza single l’ambiente è diventato tossico. La città pullula di digital bromads, maschi alfa che si credono imprenditori e si definiscono nomadi digitali per far bella figura sui social ma in realtà fanno soldi vendendo prodotti in dropshipping da magazzini cinesi con le pubblicità ingannevoli su Instagram”. Un giudizio tranchant, magari soggettivo, ma che ricalca quel che si legge su molte comunità online e blog, dove le critiche verso la El Dorado del nomadismo digitale non sono difficili da trovare. Per chi la visita con intenzioni diverse, da viaggiatore lento e vecchio stampo, Chiang Mai conserva un’aura magica. I templi rurali silenziosi, i panorami mozzafiato, la verzura tropicale, le cascate e i torrenti, i sentieri nella giungla e gli elefanti: ce n’è abbastanza per riempire una Lonely Planet alta così. Ma ci sono anche le orde di turistacci ubriachi, i backpacker caciaroni, la prostituzione minorile, gli sversamenti delle fogne e i cattivi odori. Poi a febbraio arriva la burning season: i contadini iniziano a bruciare i campi per renderli più fertili e così l’aria, già mediamente pesante per via dello smog, si fa irrespirabile. Se il digital bromad abbacinato dal miraggio dell’indipendenza finanziaria può soprassedere sui lati negativi per raccontare una vita finto-patinata su Instagram, la maggior parte dei digital nomad che non fanno dell’ambizione professionale la propria ragione di vita preferiscono spostarsi verso altri lidi.
“Il modo in cui abbiamo strutturato questo coworking e questa community scoraggia qualsiasi aspirante imprenditore in stile Chiang Mai che abbia in testa solo di arricchirsi o di sfondare nell’imprenditoria online”, mi dice James Abbot, il fondatore del KoHub di Ko Lanta. Mentre chiacchieriamo seduti sotto un gazebo, nel giardino tropicale del coworking scorrazzano due galli e tre gatti. A volte si fa vedere anche un varano gigante. Inglese del Surrey, programmatore di formazione, James ha iniziato la sua carriera di viaggiatore perenne come istruttore subacqueo, nel 2004. Dopo un anno è mezzo è tornato a casa e si è rimesso a lavorare, “per rifare qualche soldo e ripartire” per un altro anno e mezzo. Dopo il secondo ritorno, però, l’impressione di non appartenere più ai luoghi natii era troppo forte. Da lì la scelta di tornare a viaggiare, a tempo indefinito, fino a che nel 2014, l’idea: fondare un coworking su un’isola tropicale. “Ero riuscito a comprarmi una barca che affittavo ai turisti. L’ho venduta, ho raccolto i miei risparmi e ho fondato il KoHub”, racconta. Nella descrizione di James ritrovo anche le mie impressioni: un posto perfetto, hippy ma non troppo, perfetto per ritirarsi a lavorare per qualche mese al caldo. La sua esperienza reitera le conclusioni a cui era giunta Sara nella nostra conversazione di qualche giorno prima. E cioè che il sogno molto digital di una vita di viaggi e lavoro smart, che certi influencer propalano come unica soluzione contro il logorìo della vita moderna, non sovrascrive la necessità di un luogo – fisico ma anche dello spirito – che risponda a un bisogno innato di familiarità. Ecco spiegato il fiorire di luoghi che al concetto di coworking uniscono anche il co-living, con pacchetti completi che comprendono la postazione di lavoro, una sistemazione e l’esperienza di una comunità consolidata. Le chat e i gruppi Facebook pullulano di consigli: dall’hub di Hoi An, in Vietnam, fondato da un membro storico del Ko Hub, al SunDesk di Tagazhout, vicino ad Agadir (perfetto per chi vuol fare surf), dal Dojo Bali di Canggu fino alla Calabria, dove Home4Creativity offre stanze e spazio di lavoro in una villa rurale in provincia di Cosenza.
La comunità dei nomadi digitali del coworking di Ko Lanta è composta da geek e nerd di ogni estrazione, con un’età media che si assesta sui 30 anni. Quasi tutti tornano almeno per una seconda volta. Kevin viene da otto anni per qualche mese: a suo modo è un’istituzione e sull’isola lo conoscono in tanti. Fa il programmatore, ma lavora “meno che può”, e sempre di notte per allinearsi con gli orari dei suoi collaboratori negli Stati Uniti.
In questo idillio di lavoratori remoti, è facile ignorare un altro tema spinoso: quello della legalità del nomadismo digitale. Kevin ha la sua base fiscale a Washington D.C., ad esempio, ma non torna negli Stati Uniti da molto tempo. Karyn, un’amica canadese che ho conosciuto qui e ritrovato a Berlino, ha preso il visto da freelance in Germania. Il problema me lo fa notare Heidi, una trentenne finlandese che lavora come data analyst per un’agenzia di business intelligence. “Mi piace molto questa vita, ma non so per quanto posso continuare”. Il commento lascia trasparire il suo senso civico scandinavo, anche se mentre parliamo sta cercando su SkyScanner un volo per Buenos Aires, la sua prossima meta. “Lavorare da qui con un visto turistico è tecnicamente illegale. Ci vorrebbe una sorta di e-visa, come in Estonia: dura 365 giorni e te la concedono a patto che tu abbia una posizione fiscale nel paese di residenza”.
Anche se il visto turistico thailandese non consente formalmente di lavorare, le autorità chiudono volentieri un occhio, a patto che non si svolga alcuna attività per le imprese locali. Chi viaggia grazie a piattaforme come Workaway, tramite cui è possibile trovare vitto e alloggio in cambio di lavoretti in loco presso le strutture, rischia un po’ di più. La verità è che qui in Thailandia – e più in generale nel sud-est asiatico – la zona grigia del lavoro remoto offre ampi margini di libertà e privilegio di movimento agli occidentali. Brandon e Christian, che incontro la mia prima notte a Bangkok, si fanno ospitare da ostelli e hotel in cambio di servizi di digital marketing, dalla pianificazione social alle riprese video con drone, fino al copywriting. “In pratica siamo come degli influencer che si fanno ospitare negli alberghi ma poi alla fine lavorano per davvero”. La soluzione legale, in alternativa, è riuscire a fare i turisti per sempre (o almeno per un bel po’). Come Diego e Alexis, direttore tecnico e marketing manager di Unata, una startup di Toronto nel settore della grande distribuzione. Li incontro durante un ritiro yoga sull’isoletta di Ko Yao Noi. Nel 2018, Instacart ha comprato l’azienda e assorbito i dipendenti. Un anno e mezzo più tardi si sono licenziati e coi proventi incassati dalla vendita dell’azienda, di cui Diego possedeva delle quote, hanno iniziato a viaggiare. “Ci siamo dati sei mesi, poi vedremo. A un certo punto dovremo tornare a lavorare, non siamo diventati abbastanza ricchi da smettere per sempre. In questo viaggio ce la godiamo, facciamo foto e cerchiamo idee da sviluppare in futuro”. Brit, bionda e prorompente bellezza californiana, meno di 30 anni, ha venduto la sua azienda a Los Angeles e ora viaggia e basta. Al Ko Hub è passata a salutare gli amici di Ko Lanta. “Organizzavamo party, fino a trenta al giorno, Hugh Hefner era un nostro cliente fisso. Sette anni fa ho venduto tutto e poi ho investito molto bene”, mi racconta quando le chiedo, senza troppi giri di parole, di cosa campa mentre gira il mondo. “Mi posso permettere di non lavorare, ma a differenza di molte altre persone nella mia condizione, io ho smesso per davvero e non ho fatto più niente. Si può dire che sono andata in pensione a ventun anni”.
Andrea Nepori